Versi orfani di ignoto destinatario – Tania Chimenti: una mia recensione
Può la poesia trarre linfa vitale dalla prosa per poi divenire pienamente se stessa? Può scorgere, nella ripetitività del quotidiano, quella scintilla capace di accendere il lirismo nascosto tra le pieghe della realtà?
La silloge di Tania Chimenti, Versi orfani di ignoto destinatario, edita da Macabor (Francavilla Marittima – CS, 2024) e pubblicata nella collana Lo scrigno bianco, sembra offrire una risposta affermativa a questi interrogativi. L’opera si inserisce nel solco di quella poesia che, ponendo l’attenzione sulle piccole cose – solo in apparenza insignificanti – restituisce al lettore il senso dell’incanto, dello stupore, della meraviglia:
Dei nostri discorsi
resta la verità dei suoni,
quei rumori di sottofondo:
l’acqua che scorre nella doccia,
il rider al citofono,
l’abbaiare dei cani,
lo scricchiolio della saracinesca,
la mia consapevolezza
di avere il cuore lì,
nelle tue vicinanze,
ora che lo sento palpitare
tra le tue cose.
Tania Chimenti nasce a Bari nel 1968. Dopo gli studi scientifici consegue la laurea in Giurisprudenza e, a seguito di un’esperienza come responsabile del personale in una multinazionale, intraprende l’attività di consulente aziendale.
Da sempre appassionata di poesia, ha partecipato a diversi Concorsi, ricevendo menzioni di merito. Le sue liriche sono inserite in alcune antologie. Abbracciami cielo è il titolo della sua prima silloge, pubblicata nel 2023.
In Versi orfani di ignoto destinatario, la poetessa – alla sua seconda prova in versi – sviluppa una poetica dai toni lievemente crepuscolari, dove il linguaggio, spesso avvolto da chiaroscuri verbali, evoca atmosfere dense di sottintesi e risonanze interiori.
Già il titolo colpisce per originalità e forza evocativa: una locuzione che attiva una fitta rete di figure retoriche – dalla personificazione (i versi come figli orfani) alla sineddoche (l’ignoto destinatario) fino alla metafora che trasforma la poesia stessa in simbolo di ciò che è escluso, marginale, sminuito. Questi versi senza destinatario diventano emblema delle cose, delle persone, delle situazioni dimenticate, inascoltate, prive di radici o riconoscimento.
Incorniciata da una prefazione di Antonio Spagnuolo e una postfazione di Antonio Avenoso, la silloge si articola in quarantotto componimenti in versi liberi nei quali Chimenti si confronta con oggetti e situazioni apparentemente comuni, parte di una quotidianità solo all’apparenza priva di senso. In realtà, è proprio da quella zona d’ombra che emerge un significato potente, che trasuda dal “borbottio delle cose”, come afferma nel componimento d’apertura.
Sono i primi rumori in casa all’alba
a presagire la difficoltà
di rimettere in asse i nostri corpi.
Gorgoglia minaccioso
in cucina il lavandino…
Nella quasi inevitabile interazione con la consuetudine – con i gesti reiterati, le presenze familiari, i suoni domestici – si snoda un flusso di emozioni, intuizioni, sensazioni: un sentire universale, in cui il lettore può facilmente riconoscersi. Così, il gorgoglio del lavandino, il sibilo del caffè che trabocca, o il rumore del camion che solleva il bidone del vetro si trasformano in metafore del disagio esistenziale, dello scontro quotidiano con l’imponderabile.
Inizia così la prima ribellione delle cose,
la caffettiera e le sue rimostranze,
esaurite nel botto finale,
quando vomita caffè sulla cucina.
Si apre la lunga serie
di compromessi con cose e persone
per stare un po’ in pace.
Io vorrei sperimentare la quiete dell’alba,
ma dall’esterno arriva il fracasso…
Uno degli elementi fondanti della raccolta è la capacità di Chimenti di restituire meraviglia attraverso accostamenti insoliti e riferimenti a una realtà che solo in superficie appare ovvia, ma che, sotto lo sguardo poetico, si rivela carica di significati nascosti.
Perché, in fondo, questo è il compito del poeta – e l’autrice lo sa bene: saper vedere dove altri non vedono, posare lo sguardo sulle cose trascurate, dar loro voce e profondità. Ma non basta “vedere”: la poesia nasce nel momento in cui chi scrive riesce a trasmettere agli altri lo stupore della sua scoperta, a condividerne il bagliore. In questo, Chimenti eccelle: sa elevare il luogo comune e trasformarlo in arte poetica.
Se dovessi essere uno specchio,
non vorrei riflettere la delusione
dei volti che la mattina,
si specchiano e si tuffano
velocemente nei corpi,
ancora dover sopportare,
tutto il senso di annichilimento
di chi si guarda le rughe
e sogna le fughe…
Il registro stilistico è ampio e sfaccettato, tanto da far risuonare nella raccolta echi di illustri voci poetiche, italiane e straniere. Eppure, Chimenti mantiene un tono personale, riconoscibile, originale, un ritmo e una cifra espressiva tutta sua.
Affiorano, qua e là, i gesti lievi e imprecisi di Valerio Magrelli, soprattutto nei versi dedicati alle “cose fragili”, sigillate con “pura ovatta”: oggetti e stati d’animo da maneggiare con cura, segnali di un’esistenza autentica che abita le crepe e le ferite. Come per Magrelli, anche per Chimenti è nell’imperfezione che si cela la verità dell’essere. La perfezione, al contrario, è simbolo di morte, di chiusura, di assenza di evoluzione.
Conosco i movimenti lenti
per non aprire i punti di sutura.
Lo strappo scopre ferite mai in ferie…
Il sangue attira sempre gli squali,
mentre ho impiegato
una vita intera
per cercare il posto giusto,
per quell’imballaggio dove
le cose fragili
erano sigillate con pura ovatta.
Ritroviamo inoltre, in alcuni componimenti, il timbro veemente, netto, di Giorgio Caproni: versi che si spezzano, si oppongono, si impongono per la loro asciuttezza, come se la poetessa volesse rispondere all’ambiguità dei sentimenti con parole essenziali e taglienti.
Io l’amore credevo
di averlo in eccedenza,
tanto da poterlo donare.
Poi un giorno arrivò
il conto da saldare:
chiamai all’appello tutti i beneficiari,
mi dissero che un po’ d’amore per sé
è buona norma conservare.
Ho dovuto pagare la penale.
Non manca neppure l’eco della poesia di Patrizia Cavalli, con la sua lirica ironica e provocatoria, sempre percorsa da un sentimento profondo, mai retorico. In Chimenti, tale tensione si traduce in una continua oscillazione tra speranza e disperazione: un filo conduttore che attraversa l’intera raccolta.
Contiamo i nostri baci
Come sillabe nei versi,
calde sinalefi le lingue,
calcoli che scombinano
la tesa seta nello strappo,
bacio da cui non scappo.
Altre risonanze emergono dal confronto con la poetica di Mariangela Gualtieri, sia nel lessico che nei contenuti: l’intimità, la fragilità, la tensione spirituale.
Vorrei imparare dai fiori
l’arte di morire in silenzio:
spogliarmi delicatamente dei petali,
svanire nella mia vecchia ombra,
non destare allarme
nei giorni precedenti.
Quella smania di salvare
che toglie intimità agli ultimi gesti.
E come non cogliere, infine, l’influenza della grande Wislawa Szymborska, nel modo in cui la poetessa guarda alle piccole cose della vita quotidiana, donando loro luce attraverso versi che restituiscono il senso della meraviglia.
Sono una visionaria
a cui manca la percezione della visione,
una sognatrice che non si sogna,
immaginaria, esiliata dalla fantasia,
a vivere nella realtà in afasia.
Eppure, pur nella molteplicità delle voci e delle suggestioni, lo stile dell’autrice rimane inconfondibile: autentico, profondo, radicato. È una voce che sa farsi sostanza, capace di dare corpo a un’arte poetica nitida e alta, densa di significato.
Io non sono per il sì o per il no,
abito la perplessità.
Non lo so:
anche quando peso qualcosa
non mi piace l’esattezza,
il numero tondo.
La singolarità fugge dai recinti,
la lentezza dalla fretta,
il dubbio dalla certezza.
Emergono così i tratti di una vera e propria filosofia dell’esistenza: una visione in cui il senso del tragico, dell’equilibrio precario, del rischio di cadere si intrecciano a una percezione più pacificata del mondo, dove la parola poetica si fa balsamo, preghiera, nutrimento per l’anima.
Concedimi, Dio, di partecipare al tuo segreto.
Ti prometto che non svelerò nulla nei miei versi…
Attraverso questo sguardo personale e autentico, l’autrice conduce il lettore nel suo mondo interiore con garbo e misura, ma anche con profondità e complessità. La sua espressione poetica – armonica, caleidoscopica, articolata, tagliente a volte – dà vita a una trama ricca di saggezza, visioni e rivelazioni, sostenuta da un immaginario vivo e in continua trasformazione.
Non sono come te,
Ulisse,
non mi lego all’albero della nave.
Io vinco le tentazioni del canto.
L’audacia mi spinge oltre,
al confine con l’errore.
Provo volontà,
ascolto la voce suadente senza lacci.
Respiro gli abissi
E scelgo l’incanto.
Immergere,
emergere e rischiare.
È questo che rende Versi orfani di ignoto destinatario una raccolta capace di toccare corde profonde, di accendere emozioni vere, di generare riflessioni significative sul senso della vita e sul nostro fragile essere al mondo. E questi raffinati versi, dal contenuto semiotico profondo, ne danno una prova inconfutabile:
Nessuno sa del girasole
la solitudine, la notte
quando, testa china
sul cuscino di foglie,
da est a ovest
cerca ancora calore.