La recensione di “Essenze. Ruota dell’Anno, granelli di poesia e rapidi segni” a cura di Alessandro Lattarulo

Adriana Ostuni si cimenta con un esperimento letterario affascinante: mescolare prosa, parola poetica e linguaggio iconico, ispirandosi ad antiche civiltà oggi oggetto di archeologia culturale, lasciandosi nondimeno trasportare in toto dalla propria creatività.
Viaggiando tra le civiltà del Paleolitico e del Neolitico, l’autrice riprende un tema che costituisce da millenni un universale culturale: l’eterno ciclo della Natura, scandito da un parziale e continuo rinnovamento, che la Natura medesima attutisce, rendendolo lento e anzi gravido di continui passi avanti e indietro, con la sua funzione di madre e guardiana.
Il tempo, allora, a cui la Natura fa da tutrice, assume una oggettività che per esempio possiamo rintracciare nelle stagioni e nei mesi verseggiati dall’autrice. Forse l’esigenza di scandirlo e organizzarlo, codificarlo non di rado legandolo al Sole o alla Luna, rientra tra le necessità di mettere in relazione l’aspetto interiore, legato al Sacro, con la realtà esteriore.
Con la Ruota dell’Anno come primordiale Calendario, la circolarità vita-morte-vita (rinascita) trova la propria reificazione senza lasciarsi irretire da una concezione del tempo come sommatoria di momenti che partono da un istante ben individuato e giungono a un punto terminale.
D’altronde, l’essere umano, di fronte alla propria fallibilità, cerca sempre di concedersi una seconda chance, che, in caso di errore, gli consenta di fissare altri e motivanti obiettivi e la ciclicità del ritorno è d’ausilio alla sedazione delle proprie ansie, alla metabolizzazione di un’esistenza che altrimenti sarebbe del tutto indecifrabile.