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I figli della scimmia

Ph A.O.

Ieri sera, al Galleria, a Bari, ho visto “I figli della scimmia”, di Tommaso Landucci al suo esordio nel lungometraggio, con Riccardo Scamarcio nel ruolo di protagonista.

E sono uscita dalla sala con la sensazione che alcuni film non finiscano quando scorrono i titoli di coda. Rimangono dentro, perché continuano a interrogarti.

Questo è uno di quelli.

Non è un film che cerca l’effetto, il colpo di scena, la soluzione narrativa capace di catturare lo spettatore. È, piuttosto, un film che ha il coraggio di fermarsi davanti alla vita così com’è, nella sua parte più difficile e meno raccontata.

La storia di un padre e del suo amore incondizionato per un figlio paraplegico diventa il racconto di qualcosa di molto più profondo: il lungo, faticoso cammino dell’accettazione. Un cammino che non è mai definitivamente compiuto, perché ogni giorno ripropone la stessa domanda, la stessa fatica, lo stesso confronto con una realtà che non può essere cambiata.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, il film raggiunge la sua parte più alta.

L’azione non è fuori, ma dentro. Nei movimenti dell’anima. Nei silenzi, nei gesti, negli sguardi, nelle esitazioni. Nel volto di un padre che riesce a raccontare contemporaneamente l’amore e lo smarrimento, la tenerezza e la fatica, la responsabilità e persino il desiderio, umano e comprensibile, di sottrarsi per un momento a quel ruolo così difficile.

Anche il legame con il nipote “normodotato” assume allora un significato particolare: quasi il tentativo di ritrovare, attraverso quel bambino, l’immagine di una paternità diversa, più semplice, quella che forse aveva immaginato per sé.

Ma è una fuga destinata a fallire, perché non possiamo davvero sottrarci a ciò che siamo e alle responsabilità che la vita ci consegna.

Mi ha colpito la sobrietà con cui tutto questo viene raccontato. Nessuna retorica, nessuna ricerca di facili commozioni.

Persino la musica è quasi completamente assente, fino al finale. Come se il film ci dicesse che non occorre una colonna sonora per emozionarsi quando sono sufficienti un volto, un corpo, un silenzio.

E forse è proprio questo il senso più profondo del film: ricordarci che la diversità non è soltanto mancanza, limite, privazione. Può generare una ricchezza umana che spesso chi guarda da fuori non riesce nemmeno a immaginare.

Ci sono esistenze che non fanno rumore. Non hanno gesti eroici da raccontare, né imprese da celebrare. Eppure contengono ogni giorno una forma altissima di coraggio: alzarsi, accudire, resistere, amare, ricominciare.

È questa, forse, la dimensione eroica del vivere che “I figli della scimmia” riesce a raccontare: quella di chi non può scegliere la propria realtà, ma può ancora scegliere come abitarla.

Un grande Riccardo Scamarcio, profondamente dentro il ruolo di questo padre, un cast di attori convincente e una regia che ha avuto il merito di non spiegare troppo, lasciando che fossero le immagini e i silenzi a parlare.

E poi Scamarcio uomo, incontrato ieri durante la presentazione del film: diretto, composto ma caloroso, orgoglioso delle proprie radici, capace di raccontare la propria esperienza con partecipazione e, nonostante la profondità del tema, con quel filo di ironia che serve a ricordarci una cosa semplice: anche davanti ai drammi più grandi, l’umanità ha bisogno di un sorriso per continuare a camminare.

Forse è questo che mi porto a casa da questo film.

La consapevolezza che non sempre la grandezza dell’uomo sta nel riuscire a cambiare il destino.

A volte sta semplicemente nel trovare, giorno dopo giorno, e nonostante tutto, la forza di amarlo.